Speciali

James Herriot

Secolo XX
Gran Bretagna

L'Autore - James Heriot pseudonimo di James Alfred Wight (Scozia 1916-Yorkshire 1995), frequentò il Veterinary College di Glasgow. Dopo essersi laureato si trasferì nello Yorkshire, dove esercitò per molti anni la professione di veterinario. Nel 1941 sposò la figlia di un benestante proprietario terriero, Joan Catherine Danbury, ed ebbe due figli, Alexander e Rosemary.
Il successo letterario gli arrise nel 1970 con la pubblicazione di “Creature Grandi e piccole” (trad. it. 1974), una un romanzo fatto di racconti autobiografici, che divenne uno straordinario bestseller. Dal suo libro è stato tratto il film All Creatures Great and Small con Anthony Hopkins (1975) ed una fortunata serie televisiva per la BBC.
E’ autore anche di molti altri libri, tra cui Beato fra le bestie (1977). Tutte le sue opere sono pubblicate in Italia da Rizzoli.


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UN VETERINARIO TRA I MONTI DELLO YORKSHIRE

Il capitolo 7 di “Creature grandi e piccole”, dal quale è stata tratta la descrizione del giardino, descrive una mattina di lavoro a Skeldal House, lo studio veterinario di Sigfried Farnon a Darrowby, dove l’autore sta facendo pratica. Herriot, strappato al tepore delle coperte di buon’ora dalle sempre troppo mattiniere chiamate dei coltivatori delle colline circostanti, si rassegna ad uscire ancora insonnolito, ma appena giunto in giardino viene rapito dalla magia eterna e sempre nuova di quei luoghi.
Avendone la possibilità, presento sia il testo originale inglese, sia la traduzione italiana di Gioia Zannino Angiolillo.
Un grazie di cuore ad Annalisa S. di Torino, l’amica che cura per noi la pagina degli appuntamenti, per avermi segnalato il brano ed avermi fornito le notizie biografiche e l’antologia critica riguardanti l’Autore.

(from Chapter 7)

It all made for a strained atmosphere and I was relieved when I was able to escape to collect my things for the morning round. Down the narrow passage with its familiar, exciting smell of ether and carbolic and out into the high-walled garden which led to the yard where the cars were kept.
It was the same morning but, to me, there was always the feeling of surprise. When I stepped out into the sunshine and the scent of flowers it was as though I was doing it for the first time. The clear air held a breath of the nearby moorland; after being buried in a city for five years it was difficult to take it all in.
I never hurried over this part. There could be an urgent case waiting but I still took my time. Along the narrow part between the ivy-covered wall and the long offshoot of the house where the wistaria climbed, pushing its tendrils and its withered blooms into the very rooms. Then past the rockery where the garden widened to the lawn, unkempt and lost looking but lending coolness and softness to the weathered brick. Around its borders flowers blazed in untidy profusion, battling with a jungle of weeds.
And so to the rose garden, then an asparagus bed whose fleshy fingers had grown into tall fronds. Further on were strawberries and raspberries. Fruit trees were everywhere, their branches dangling low over the path. Peaches, pears, cherries and plums were trained against the South wall where they fought for a place with wild-growing rambler roses.
Bees were at work among the flowers and the song of blackbirds and thrushes competed with the cawing of the rooks high up in the elms.
Life was full for me. There were so many things to find out and a lot I had to prove to myself. The days were quick and challenging and they pressed on me with their very newness. But it all stopped here in the garden. Everything seemed to have stopped here a long time ago. I looked back before going through the door into the yard and it was like suddenly coming across a picture in an old book; the empty, wild garden and the tall, silent house beyond. I could never quite believe it was there and that I was a part of it.
And the feeling was heightened when I went into the yard. It was square and cobbled and the grass grew in thick tufts between the stones. Buildings took up two sides. the two garages, once coach houses, a stable and saddle room, a loose box and a pig sty. Against the free wall a rusty iron pump hung over a stone water trough.

Tratto da: James Herriot, IF ONLY THEY COULD TALK (prima edizione inglese 1970 di Michael Joseph Ltd.)
In seguito pubblicato col titolo ALL CREATURES GREAT AND SMALL da Pan Books, London and Sydney, 1973, (11a ediz 1975)

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(dal Capitolo 7)

Tutto questo contribuiva a rendere tesa l'atmosfera e fui sollevato quando potei scapparmene a raccogliere le mie cose per il giro della mattina. Giù nello stretto corridoio con i profumi familiari ed eccitanti di etere e acido fenico e poi fuori, nel giardino recintato da alti muri che conduceva al cortile dove si parcheggiano le macchine.
Era lo stesso ogni mattina, ma per me c'era sempre un senso di sorpresa. Quando uscivo al sole, in mezzo al profumo dei fiori, ogni volta era come se lo facessi per la prima volta. L’aria fresca conservava la brezza della vicina brughiera; dopo essere stato sepolto cinque anni in una città era difficile credere a tutto questo.
Non mi affrettavo mai in quei momenti. Poteva esserci un caso urgente che mi aspettava ma io me la prendevo comoda. Seguivo lo stretto viottolo tra il muro ricoperto di edera e il prolungamento della casa sul quale si arrampicava il glicine, spingendo i viticci e i fiori appassiti fin dentro le stanze. Poi oltrepassavo il giardino roccioso, dove il giardino vero e proprio si allargava e diventava prato, un prato trascurato e abbandonato ma che dava frescura e dolcezza ai mattoni patinati dal tempo. Intorno al prato fiammeggiavano fiori in disordinata profusione, contrastando il terreno a una giungla di erbacce.
Così si passava nel roseto, poi a un'aiuola di asparagi le cui punte carnose si erano trasformate in lunghe fronde. Più in là c'erano le fragole e i lamponi. Alberi da frutta erano dappertutto, con i rami che pendevano sul sentiero. Peschi, peri, ciliegi e susini erano coltivati contro il muro a sud, dove si litigavano lo spazio con rose rampicanti selvatiche.
Le api erano al lavoro in mezzo ai fiori e il canto dei merli e dei tordi gareggiava con il gracchiare delle cornacchie su negli olmi.
La vita era piena per me. C'erano tante di quelle cose da scoprire e avevo molto da dimostrare a me stesso. I giorni scorrevano rapidi ed eccitanti e mi incalzavano proprio con quanto di nuovo contenevano. Ma lì nel giardino si fermava ogni cosa. Lì tutto pareva essersi fermato molto tempo prima. Prima di varcare la porta che immetteva nel cortile gettavo un'occhiata dietro di me ed era come imbattersi a un tratto nell'illustrazione di un vecchio libro; il giardino vuoto e selvaggio e dietro la grande casa silenziosa. Non riuscivo mai a credere del tutto di trovarmi lì e di far parte del quadro.
Questa sensazione diventava più acuta quando entravo nel cortile. Era quadrato e lastricato a selci e l'erba cresceva a ciuffi tra le pietre. Due lati erano occupati da costruzioni; i due garage, un tempo rimesse di carrozze, una scuderia con selleria, un box per cavalli e un porcile. Contro il muro libero una pompa di ferro arrugginita era attaccata sopra un truogolo di pietra.

James Herriot - CREATURE GRANDI E PICCOLE - Rizzoli BUR 1974, Trad. Gioia Zannino Angiolillo (3a Ed., Settembre 1980)

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